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20/11/2009
Le precedenti puntate sono sul blog -sotto il tag "Letteratura" o nelle pagine di archivio a partire dal 16 novembre.
Ad altre televisioni internazionali venne rilasciato un video sul buongoverno di Fé d'Ostiani, con una dichiarazione che motivava lo scioglimento del parlamento con una "minaccia di golpe contro il presidente regolarmente eletto". Il tutto venne santificato dalle firme di un centinaio di costituzionalisti imparziali, epperò vicini al governo. Fé d'Ostiani mostrò sulle televisioni nazionali fotografie che ritraevano il capo dell'opposizione in pose inequivocabili con un ex ministro, condannato per "corruzione e scandali sessuali di varia natura".
Intanto una metà dei manifestanti era rimasta in strada, ricompattandosi, così che non era possibile bloccarli se non sparando con i blindati piazzati sulle vie laterali. Ma nessuno dei responsabili militari si era sentito di procedere a una mattanza che sarebbe stata filmata e trasmessa sulle televisioni di tutto il mondo.
Cos'era successo al gruppo di Eleuterio e Longinotti?
...Appena avevano sentito il rumore degli elicotteri si erano nascosti all'interno di un palazzo, sperando che l'esercito non facesse dei controlli anche lì dentro. Gli inquilini garantirono che non avrebbero telefonato alla polizia. Longino ricordava un metodo infallibile per far parlare un uomo, visto in un film. Si fece portare una pentola e dell'olio e accese il fuoco. L'uomo era stato imbavagliato e seguiva l'operazione sdraiato per terra, con le mani legate dietro la schiena. Quando l'olio cominciò a sfrigolare Longino ne versò una tazza su un ginocchio del ferito. Passarono alcuni minuti. Lo sbirro sgranava gli occhi e aveva la faccia congestionata dal dolore, mentre l'aguzzino improvvisato cominciò a riempire una seconda tazza di olio bollente, chiedendo Devo continuare?
Gli tolse il bavaglio ma l'uomo rimase in silenzio, dopo averlo insultato. Longino allora andò nell'altra stanza a discutere con Eleuterio Cerisola.
"Non testimonierà mai contro Fé d'Ostiani".
Eleuterio era d'accordo, ma aggiunse "...Forse potremmo chiedere aiuto agli americani".
INTANTO
nella sede dell'ambasciata americana di Guanaca una segretaria bionda dagli occhi blu di Prussia, di nome Patience, piangeva dietro la scrivania: l'addetto culturale per il quale lavorava non aveva osato venire in sede e l'ambasciatore si era rifugiato nell'appartamento di sicurezza, a prova di bombardamento, del resto già da alcuni giorni le fonti della intelligence avevano preannunciato disordini a causa della crisi economica. Ma Patience non piangeva per paura. Non riusciva a capire come mai venti milioni di esseri umani potessero credere a un mistificatore come il presidente di Guanaca. Lei proveniva da una famiglia che si era colorata di bianco al tempo in cui i democratici del sud erano razzisti, e anni dopo si era colorata di verde quando Al Gore aveva lanciato la crociata contro il global warming. Infine si erano colorati di nero, quando i democratici avevano trovato il new deal di Obama. Nel suo subconscio però Patience sapeva che il razzismo nel sud non era morto e che l'ambientalismo nascondeva una rivoluzione industriale di tipo nuovo, legata ai profitti e alle piantagioni per la produzione di biodiesel acquistate anni prima dal finanziere George Soros, un tipo cui era stato perdonato tutto, in cambio di generosi finanziamenti alla stampa e ad alcuni partiti.
Patience seguiva tiepidamente la fede politica di suo padre, pur sapendo che si trattava di una persona che si autosantificava demonizzando il proprio nemico e assolvendo ogni misfatto della propria parte. Capiva che quella situazione riguardava tutti i cittadini del mondo, e si sentiva senza ideali, anche se manteneva la certezza che il dilemma non poteva essere sciolto diventando blasée e disillusa come gran parte della gioventù americana, dedita all'ipertech, al salutismo, al disincanto, al disamore.
Così era rimasta sola, anche se tutti la trovavano abbastanza bella da perderci qualche giornata di corteggiamento pur di guadagnare il suo letto. Ma poi non riuscivano a reggere le sue fissazioni da Precieuse ridicule, e la piantavano in asso. Lei invece preferì andare in posti dove la gente pensava ancora a cose concrete, come sbarcare il lunario e zappare la terra. Aveva studiato storia, all'università: i testi parlavano di governanti incapaci o criminali come se si trattasse di fatti lontani nel tempo e nello spazio che si svolgevano in altri pianeti e in altre galassie. Poi era finita a Guanaca: le televisioni di Washington ogni tanto trasmettevano un réportage esotico in cui si descriveva la commedia di quel paese in perpetua crisi, con ministri corrotti, ministri contro la corruzione non meno corrotti, santi, galeotti, martiri, calciatori, terroristi e antiterroristi, affaristi ingenui, criminali e iuslatrici mischiati insieme, personaggi che sparivano e riapparivano in continuazione, attori e cantanti che sembravano i cortigiani descritti nel Trattato sulla Dissimulazione onesta di Torquato Accetto...
L'ambasciata Usa era semideserta: il telefono squillò nel call center, ma non c'era nessuno a rispondere. Così Patience sollevò il ricevitore e rispose.
"TENTIAMO
con questa telefonata", aveva detto Longinotti, e si era messo all'apparecchio. Ma non poteva certo pensare che la conversazione successiva avrebbe cambiato la sua vita affettiva.
"...Con chi parlo?" -esordì- "Sono la segretaria dell'addetto culturale... Cosa desidera?", rispose Patience.
" Siamo un gruppo dell'opposizione... Abbiamo catturato uno degli attentatori che hanno sparato sui nostri compagni, è un poliziotto al servizio di Carlo Fé d'Ostiani".
La frase era semplice e Patience non cercava di meglio per reagire all'impotenza. Abbandonò la cautela diplomatica, e la conversazione continuò in maniera informale: "Cosa posso fare?".
"Abbiamo bisogno di un rifugio sicuro e dell'immunità per l'attentatore che abbiamo catturato".
"...Sapete bene che non possiamo fare nulla da qui in tempi brevi, vi sono delle norme internazionali da rispettare..."
"Non ce ne frega della diplomazia, ci ammazzerebbero molto prima... Se riusciamo ad arrivare nella sede dell'ambasciata potrete verificare le cose e mettervi in contatto con Washington... Richiamerò quando saremo vicini al vostro palazzo." E riattaccò.
Patience corse verso l'appartamento dell'ambasciatore e riuscì a convincerlo a dare ospitalità provvisoria ai capi della protesta. Non sapeva nemmeno di quante persone si trattasse... Intanto stavano arrivando gli inviati televisivi. In questo modo sarebbe stato più difficile per Fé d'Ostiani dare l'ordine di assalto contro i manifestanti rimasti nella piazza.
A quel punto si divisero in due gruppi. Una parte, guidata da Longinotti, si diresse verso la sede dell'ambasciata americana, nel centro di Guanaca, mentre gli altri tornarono indietro per riferire quanto stava succedendo. Il miliziano catturato era nascosto da un cappello che gli copriva la fasciatura al capo e camminava male a causa del colpo subìto, ma sembrava disposto a confessare, dopo aver sentito che erano diretti all'ambasciata Usa: "...Se davvero gli americani stanno dalla vostra parte, parlerò, ma in diretta televisiva e con la garanzia di ottenere asilo politico in Europa o negli Stati Uniti".
Scesero giù nelle fogne, attraverso un tombino, con delle cartine della città. Avevano poca strada da percorrere.
NEGLI STESSI GIORNI
un miliardario americano, figlio di un'afroamericana e di un emigrato dall'est Europa, senza moglie né altri parenti, stava completando l'acquisto di un'isola non molto lontana da Guanaca. L'isola faceva parte di un arcipelago legato a un'amministrazione postcoloniale, dove i cittadini riuscivano ad autogovernarsi come meglio credevano, grazie all'assenza di un vero governo centrale. Inoltre era priva di risorse e di turisti, dato che era cinta di coste alte e rocciose e immersa in un mare quasi sempre tempestoso. Era estesa in longitudine per una trentina di chilometri e larga circa la metà: un'ampia montagna vulcanica sorvegliava i boschi circondati dal mare e da piccole zone coltivabili. Vi abitavano poche migliaia di contadini e pescatori e alcune vecchie famiglie coloniali. Jacob Sorowitz, l'acquirente, aveva idee fantascientifiche: aveva varcato la soglia dei cinquanta anni e non aveva più interessi nel business, cercava piuttosto qualcosa che potesse lasciare il segno della sua presenza nel mondo. Aveva pensato di affidare le proprie company a un manager fidato, in modo che l'attività andasse avanti. Intanto si era dedicato a studi e letture, come desiderava da anni. Aveva voglia di scalfire il mondo con qualcosa di più duraturo di un impero industriale, sperava di creare un punto di svolta per l'umanità e cercava di prepararsi al meglio. Si era formato una cultura eteroclita leggendo la storia della Russia (terra di origine dei suoi avi) e i romanzi di fantascienza, un genere che da anni accompagnava le sue letture notturne e le sedute di relax. Adesso quel massiccio pullulare di civiltà, culti strambi, barriere coralline ed esseri alieni si era mischiato col pragmatismo tipico di un vecchio squalo del mercato, formando una miscela potenzialmente esplosiva, visto che Sorowitz era una persona ricca e totalmente libera da legami personali, politici, economici.
(Segue lunedi p.v.)
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19/11/2009
Niente candidatura dei socialisti europei per Massimo D'Alema, lo dice il becchino-capo dei socialisti europei, definito "kapò" da Berlusconi, il tedesco Schulz.
Massimo D'alema e' "un eccellente candidato" ma ha un problema "e' il candidato di un governo non socialista". Lo ha affermato il capogruppo dei socialdemocratici al parlamento europeo, Martin Schulz arrivando al prevertice del Pse. "Come alto rappresentante dell'Ue per la politica estera - ha detto Schulz - Massimo D'Alema sarebbe un eccellente candidato come anche Miguel Angel Moratinos".
Dicendo così Schulz ha rivelato un'idiozia senza pari. Ma forse non dovrebbe contare la qualità di una persona piuttosto che la matrice della sua condadatura? Diciamo quindi che tra Schulz e i limiti di D'Alema (che peraltro sarebbero considerati dei pregi da Schulz, ad esempio la non imparzialità nei confronti di Israele e Palestina) l'eurosocialismo ha fatto una brutta fine.
I socialisti candideranno la baronessa Ashton, laburista e attuale commissario al commercio estero nella commissione Ue di Barroso. Sarà lei a incenerire definitivamente D'Alema. In effetti il volto della Ashton incenerirebbe anche un sasso. Povera Europa.
postato da Paolo-di-Lautreamont, 19:08 commenti |
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Il primo dicembre, in occasione di una manifestazione con sciopero generale, si erano radunati a Guanaca cinquantamila studenti e lavoratori aderenti al partito DL (Democrazia e Libertà).
Il corteo partì dalla piazza del Municipio diretto in piazza Calvados, a circa mezzo chilometro dalla sede del governo. I manifestanti erano fronteggiati da militari e dalla polizia. Gli slogan si scagliavano contro il governo, presieduto -a loro parere- da una "maschera rossa su un corpo fascista", cioè da un ladro che rubava in "nome del popolo". In coda al corteo qualcuno rovesciò un paio di cassonetti della spazzatura e lanciò sassi contro le vetrine degli uffici della massima industria guanachese, una fabbrica di trattori che recentemente era stata traslata in Cina, grazie al supporto del presidente Fé d'Ostiani, che si era alleato con i governanti di quella nazione sperando di cavare almeno un ragno dal perenne buco finanziario della sua insaziabile bulimia.
Negli anni precedenti i salari dei lavoratori guanachesi erano stati elevati al quadrato dalle politiche filo-proletarie di Fé d'Ostiani. A ogni aumento salariale si erano svolte manifestazioni di appoggio al governo in piazza Calvados, con musiche, elargizioni di gadget, danze, distribuzione di libri del presidente e trombe della rivoluzione fedostianista.
Epperò ognuna di quelle abnormizzazioni salariali era costata alle finanze guanachesi cifre che esasperavano gli economisti e i matematici del paese.
Così ogni volta si era dovuto rimediare al dissesto dovuto all'aumento dei salari elevando al cubo il costo della vita. Ma l'aumento dell'inflazione aveva come sottoprodotto l'aumento delle manifestazioni di protesta contro il governo, sempre in piazza Calvados, il che serviva a ridar forza alle forze dell'opposizione, che sapeva benissimo pilotare il popolo con musiche, gadget, libri e trombe della rivoluzione.
Pertanto laudi e ludibrio si succedevano a ritmo binario con regolarità asfissiante, e si noti bene che ogni volta si trattava sempre della stessa folla a plaudire o condannare il premier con dichiarazioni pubbliche d'amore o fischi astronomici che emulavano per decibel lo starnazzio dei galli notturni.
Risultava difficile uscire da quella situazione. La nazione veniva definita dai popoli confinanti il Paese delle Due facce, oppure il Paese che ha perso la faccia, oppure il Paese delle decisioni revocabili, in ricordo delle frasi pronunciate a Roma da Benito Mussolini il giorno della dichiarazione di guerra.
Proprio di questo stavano discutendo Longinotti e il suo amico Eleuterio, sfilando nelle vie del centro. Eleuterio Cerisola era un quarantenne disoccupato, dal girovita ampio e dallo sguardo goffo, se non proprio intimidito. Si era laureato alla Facoltà di agraria col minimo dei voti, e da quel momento aveva preso a perlustrare i job center nazionali vestito con un greve cappotto a quadretti, munito di occhiali e di un cespuglio di capelli indisciplinati. Aveva un pregio indubbio, che consisteva in un eloquio instancabile e in un'immaginazione sfrenata, resa più acuta dai mesi trascorsi nell'inania e nell'inedia, ma queste due doti non erano bastate a penetrare le resistenze del mercato del lavoro guanachense nei confronti della sua persona.
"Fare cortei non serve a niente..." stava dicendo Longinotti.
"Magari serve a corteggiare le ragazze" provò a precisare l'amico, per non scivolare nella malinconia.
Intanto la polizia aveva bloccato l'accesso a piazza Calvados, con la scusa che non c'era più spazio per tutti i manifestanti. Erano lontani un paio di chilometri dalla testa del corteo e si sentivano stanchi e assetati, perciò andarono a sedersi attorno a un'aiola e si misero a bere dell'acqua. Arrivò l'eco di una sparatoria, da una strada laterale. Si allungarono sull'erba e in questo modo riuscirono a evitare di essere travolti dalla gente in fuga. Gli spari cessarono e i due amici si rialzarono, rendendosi conto con uno sguardo che nell'agguato erano morti un poliziotto e due manifestanti, mentre i feriti erano decine.
I colpi erano stati sparati da uomini in borghese, nascosti dietro le auto, che poi erano fuggiti approfittando della confusione e delle urla. Eleuterio e Longino però non erano fuggiti e non erano rimasti bloccati dalla paura, e anzi si erano lanciati all'inseguimento degli assassini, a mani nude e senza pensare al pericolo.
(Segue domani)
"Sono poliziotti in borghese al servizio di Fé d'Ostiani... Sai come andrà a finire? - disse Cerisola- ...La stampa dirà che siamo stati noi a sparare, e in questo modo riusciranno a chiudere per sempre la bocca all'opposizione". Poi si girò verso la strada principale, dove regnava un silenzio irreale e gridò agli altri Venite con noi, dobbiamo prendere gli assassini. Quattro o cinque manifestanti si riscossero e, quando videro che nessuno si preoccupava di bloccarli e che dalla strada laterale non arrivavano altri proiettili, si decisero a seguirli.
I cecchini facevano parte di una milizia paramilitare, che trovava rifugio in una caserma semiabbandonata, in periferia. Controllavano tutto il territorio nazionale con squadre armate, e percorrevano la Guanaca travestiti da gang di motociclisti. Tutti sapevano che si trattava uomini del presidente, ma nessuno osava dire nulla contro di loro, e di conseguenza ogni settimana moriva un oppositore oppure un imprenditore che non voleva svendere la propria azienda ai prestanome di Fé d'Ostiani. Morivano anche giornalisti, scienziati e intellettuali, additati dai giornali come "venduti agli americani e agli europei". Tutti sapevano che si trattava di omicidi politici, ma poiché i miliziani avevano l'apparenza dei teppisti delle pandillas e della mara Salvatrucha del centroamerica, nessuno aveva possibilità di risalire ai mandanti. Contraddistinti da tatuaggi col numero 666 della Bestia dell'Apocalisse, sparavano e rapinavano, ma la magistratura e la polizia ogni volta spergiuravano che si trattava di delitti comuni.
I cecchini erano arrivati in una piazza semideserta, dove li aspettavano tre auto. La prima si allontanò subito, ma restavano le altre due. "Prendete delle pietre!", gridò Eleuterio e Longinotti lanciò un sasso contro l'autista della seconda auto, che stava già allontanandosi. Mancò la mira, dall'auto partì un'altra scarica di colpi e un ragazzo cadde per terra ferito. Cerisola capì che i suoi compagni erano impreparati a sostenere uno scontro con gli uomini del presidente e andò da solo verso la macchina ancora ferma con un sasso in mano. Lo lanciò attraverso il finestrino rimasto aperto e riuscì a colpire l'autista a una tempia. L'auto andò a finire su un palo e le ruote restarono bloccate dalle lamiere e dal parafango. I miliziani furono costretti a uscire dall'auto con le armi in pugno, ma non potevano abbandonare l'autista svenuto, perché quest'ultimo avrebbe potuto confessare, nonostante gli appoggi di cui godevano presso la magistratura. Gli spararono, ma senza colpirlo a morte. Quando Cerisola e gli altri raggiunsero l'auto abbandonata, si resero conto che era vivo, anche se dalla nuca e da una spalla usciva del sangue. Si formò una folla di un centinaio di persone "C'è un medico tra voi?", gridò Longino. Ammazziamolo! urlavano invece gli altri. "Stupidi! Non capite che se lo uccidiamo ci scaviamo la fossa da soli?" disse Eleuterio. A quel punto si fece avanti un ragazzo "Sono uno studente di Medicina", confessò. Non ce ne frega della laurea..., dissero gli altri, e allora il ragazzo andò a cercare qualcosa per fasciare le ferite dell'uomo.
Nella strada del corteo la polizia stava sparando lacrimogeni e fucilate in aria, un elicottero sorvolava la zona, le ambulanze cominciavano a portare via i corpi dei caduti mentre i feriti venivano accompagnati in ospedale, in stato di arresto. La televisione aveva interrotto i programmi con una dichiarazione di Fé d'Ostiani che iniziava con queste parole: "Per colpa dell'opposizione gli oligarchi di Guanaca, servi del capitale, hanno corrotto lavoratori e studenti. I manifestanti hanno assalito i nostri i soldati e hanno sparato, colpendo alcuni loro compagni".
Il partito che si opponeva al premier fu sciolto d'autorità, con effetto immediato. Fé d'Ostiani rivolse un accorato appello alla comunità internazionale, pubblicando una pagina a pagamento sull'International Herald Tribune. Fece realizzare a tempo di record anche uno spot televisivo intitolato "La democrazia è in pericolo", e lo mandò in onda a pagamento su Al Jazeera e Fox news.
(Segue domani su questo blog)
postato da Paolo-di-Lautreamont, 12:33 commenti |
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18/11/2009
AURELIANO LONGINOTTI
detto Longino dagli amici per via dell'altezza -temperata a stento da una magrezza persistente- era nato sul Grande lago a nord della Guanaca, dove nascono fiumi impetuosi e decine di migliaia di pescatori e contadini vivono sotto montagne schizofreniche, vestite insieme di nevi e piante tropicali. Sulle cime più alte è possibile sciare fino a valle. Sul lago invece la temperatura s'addolcisce così tanto che l'acqua fertilizza pesci e bagnanti, richiamati dai prezzi bassi e dall'acqua limpida. Tra lago e montagna i sentieri si attorcigliano impervi tra foreste cupide di luce e vette dense di vertigo e caligo, finché non scavallano dall'altra parte, dove in basso smaramalda il mare in compagnia di un'antologia di isole da dove provengono contrabbandieri gravidi di coca, sigarette, armi, tecnologia cinese, spaghetti italiani e vini francesi, perché a Guanaca il commercio è colpito da nanismo, a causa delle tasse imposte dai governanti. A ovest la nazione è separata dal resto del continente da una catena montuosa everestina, col risultato che persino la lingua di Guanaca è completamente diversa da quelle dei paesi vicini.
Cresciuto nella regione lacustre, Longino si era immerso nello studio e nei film, memore di quella frase del Talmud secondo la quale il mondo si regge sull'alito dei bambini che studiano. La sua cittadina non offriva molti vezzi, e i turisti che vi aeroplanavano avevano volti tanto dissimili tra loro da sembrare appartenenti a specie diverse. I nasi disegnavano iperboli o parabole imprevedibili. Gli occhi a volte erano mandorle, a volte erano simili a ostriche, in altri casi trasumanavano così da sembrare occhi di pecora oppure di lupo (i tedeschi e gli scandinavi), oppure occhi di caimano (parte dei guanachesi della capitale), mentre i concittadini di Longino -adusi a spennare il turistame per il tramite di ristoranti etnici, bed & breakfast etici, vinerie antialcoliste, e carissime discoteche dove si danza con la musica di Vivaldi- erano quasi tutti provvisti di occhi da naja tripudians. Tutta quella sinfonia di voci, abiti e comportamenti che sciabordavano sul lago, gli aveva appeso al naso l'uzzo di studiare i volti delle persone. Già da ragazzino si figurava come un famoso regista, quando acciuffava di sghimbescio il volto di una donna oppure quando raggiungeva cima Calvados, la vetta che dirime la nazione. Di là verso nord osservava il mare e le isole, e verso sud la ridda di villaggi materni adimati attorno al lago, con le case che dall'alto sembravano mitili bianchi e rossi che custodivano corpi, pensieri e desideri.
Dopo il diploma si trasferì nella capitale, col sogno d'incarnare i sogni adolescenziali.
IL SOLE
filtrava tra i finestrini e i passeggeri, accendendo i colori delle persone che affollavano il bus, in maggioranza studenti che tornavano da scuola. Longino insegnava da un paio di anni all'istituto Guanacinema, una miniera di idee politico-creative finanziata dal governo da dove uscivano registi pronti a entrare nella tv di Stato per realizzare film che glorificavano la libera dittatura di Guanaca. Sorte simile aveva l'Istituto nazionale della Libera Stampa (Inalis), che brillava soprattutto per essere una corporazione tanto enfia di belle parole quanto di banconote. Longino aveva studiato proprio alla Guanacinema e dopo il diploma aveva diretto con un certo insuccesso un paio di documentari e una decina di spot publicitari, lavori dei quali si vergognò dopo aver superato la soglia dei trent'anni di età. Abitava in una stanza di periferia e ogni volta che prendeva l'autobus per andare al lavoro giocava ancora a spiare le apparenze delle persone, immaginandole impegnata in ruoli e conversazioni da lui decisi. Un giorno, mentre percorreva il tragitto torpedonale, vide una ragazza dall'apparenza normale, coi capelli raccolti attorno al capo e biondi. Lei si alzò quasi subito, dirigendosi verso l'uscita. Si era accorta di essere osservata e alzò lo sguardo verso di lui, scoprendo gli occhi blu di Prussia. Scesero alla stessa fermata, Aureliano svoltò a sinistra e la ragazza andò dall'altra parte, ma tornando a casa lui spingeva il passo a malincuore e nel sonno pensò a lei cercando di ricordare il suo volto. Ma l'indomani l'aveva già dimenticata. (Segue domani)
postato da Paolo-di-Lautreamont, 18:52 commenti |
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Il contrabbando di idee non ha mai fine.
Mi meraviglio della meraviglia di un movimento politico (gli statalisti di destra e sinistra), che si sta dannando per il mantenimento dell'acqua come servizio "pubblico".
Nulla di più falso. L'acqua deve essere privata, e il suo utilizzo dev'essere garantito a tutti, con un prezzo equo. Niente di più e niente di meno.
Infatti l'acqua non può appartenere alla politica, ma ai cittadini e alle loro imprese. E' il connubio tra politica e monopoli privati a creare il danno. Null'altro.
Il movimento per l'acqua "pubblica" sguazza male in maniera esemplare. Il caso citato, quello del comune di Latina, dove la bolletta sarebbe aumentata del 300% dopo la "cessione" al monopolista Veolia, è sballato. In realtà si tratta -come in TUTTI i comuni italiani, inclusi quelli governati dai politici insurgenti- di un connubio tra un monopolista europeo e mondiale come la francese Veolia e la politica.
E' così dappertutto. Anche per le spese di bolletta si deve fare attenzione. Nel mio comune una bolletta da 60 euro in realtà costa soltanto 18 euro per consumo effettivo di acqua. Tutto il resto se ne va in infiniti balzelli, alcuni dei quali sono finti (gran parte delle tasse sulla mia bolletta se ne va per un depuratore fognario che in realtà non funziona), altri balzelli servono semplicemente a fare cassa.
SEGUE sul blog gemello La Pulce di Voltaire...

postato da Paolo-di-Lautreamont, 18:49 commenti |
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17/11/2009
Anche nell’Evo antico i galli della Guanaca ruggivano con forza distruttiva, ogni volta che laceravano la luce del mattino. Nessuno sa perché questi tronituanti bipedi cantino con simile accanimento, ormai gli abitanti di quelle terre si sono fatti una ragione di quella abnormità genetica e ogni sera, prima di posare il capo sul cuscino, hanno cura di imbottire le orecchie con gomma o con ogni altro oggetto utile a inibire risvegli indesiderati. Amano dormire in pace, i guanachesi.
Purtroppo i decibel dei galli hanno impedito un adeguato sviluppo turistico della nazione, che pure ha l’innegabile privilegio di bagnarsi i piedi nel proficuo oceano che bagna le sue coste, recando in aggiunta sul capo un colbacco punteggiato di conifere e protuberanze rocciose. Se sorvolate la Guanaca con un aereo -o la esplorate con Google Earth-, vedrete anche ampie zone pianeggianti coltivate a riso, grano, ortaggi, piante da frutto, con i campi divisi in linee geometriche che neppure Euclide avrebbe immaginato tanto precise, così che sembra di vedere materializzato un testo di matematica, del quale i campi coltivati rappresentano la parte più razionale, e le coste, i monti e i fiumi la parte frattale, caotica.
Caotico è pure il traffico, a Guanaca.
Negli ultimi decenni del ‘900 la relativa ricchezza, l’efficacia del sistema publicitario e gli incentivi del governo avevano fatto sì che ci fossero più auto che automobilisti, più moto che motociclisti, più biciclette che ciclisti, sicché il governo avviò una serie di provvedimenti che sarebbero serviti, secondo i ministri, a civilizzare le strade e glorificare il pedoneggiamento per mezzo dei mezzi pubblici. Fecero costruire una quantità di autobus di colore giallo, con orari improbabili, percorsi a boomerang e prezzi non del tutto bassi, col risultato che le strade risultarono ancora più intasate e ipocinetiche, mentre i bus giravano vuoti, perché i cittadini temevano di finire in qualche orrido urbano, smarrita la retta via, e inoltre non volevano dimostrarsi incapaci di pagare le pantagrueliche somme dovute alle compagnie petrolifere e alle assicurazioni che li rendono sovrani delle loro auto. La povertà a Guanaca è considerata un viluppo inestricabile e avvilente.
All’inizio del nuovo millennio intervenne la rivoluzione energetica, e i governi presero a scongiurare gli elettori di utilizzare nuovi mezzi di trasporto, basati su energie alternative immaginate nelle scuole di pensiero. Cominciarono a dare il buon esempio gli uffici governativi, i comuni, gli ospedali, le organizzazioni non governative, i preti. Il risultato fu che, oltre a bus e macchine normali, cominciarono a circolare anche auto a biodiesel, a batteria, ibride, che costavano molto e funzionavano poco. E tutti se la presero con l’endemica corruzione dei governi.
A Guanaca hanno inventato un neologismo per qualificare i politici in maniera pretercacolalica, li definiscono “incapaciocrati”. Soggetti a secoli di dominazione coloniale, i guanachesi sono risorti grazie alle politiche illuministe applicate per un paio di anni dal padre della patria che li rese liberi e autocefali. Parliamo del famoso Demetrio Calvados, un eroe così stimato che in Guanaca ancor oggi non c’è casa o città priva di una traccia vivente di Calvados, vuoi in virtù del nome assegnato ai neonati, alle strade o alle piazze, vuoi in virtù di libri, quadri e monumenti che riguardano quell’epoca felice e irripetibile.
In epoche più recenti i guanachesi sono precipitati sotto il giogo di despoti tetragoni, il cui massimo rappresentante fu Pierduilio Costa, figlio di emigrati provenienti dall’Italia, un uomo talmente prevenuto nei confronti del futuro da aver bloccato ogni progresso e industrializzazione del Paese. Il Costa aveva governato a lungo, fomentato a sopravvivere da un terrore ipocondriaco che lo rese schiavo degli antiossidanti e innamorato della moglie dottoressa in medicina, nonostante costei riunisse in sé un corpo sghimbescio, un volto da cinghiale, una pelle traversata da rughe come l’isola di Pasqua dai venti, e una rapacità da gazza che le inimicò il popolo più delle relazioni “potenzialmente sessuali” -come scrissero i giornali d’opposizione- con giovani ufficiali del corpo della guardia presidenziale.
Alla morte di Costa subentrò una primavera di riforme lunga un paio di settimane, tra crisi parlamentari e una serie di denunce e lotte per spartire il potere. Da questa fase Guanaca uscì con le ossa rotte e un fiume mai in secca di premier e amministratori incapaciocrati. I nostalgici di Pierduilio Costa definivano il nuovo corso Demodisgrazìa, con l’accento sulla seconda i.
L’ultimo tra questi despoti democratici era Carlo Fé d’Ostiani, ex colonnello dei paracadutisti. Costui, approfittando di una visita all’estero del suo predecessore, lanciò una campagna di moralizzazione della vita pubblica e denunciò i nefasti di gran parte dei ministri e dei membri della Corte suprema, i quali si autoinfangavano da anni. Al ritorno in patria il vecchio presidente venne sfiduciato dal parlamento e Fé d’Ostiani si ritrovò al potere senza nemmeno essere stato eletto, grazie alle sue buone relazioni coi servizi segreti che gli avevano passato informazioni sui fanghi della casta al potere.
Nei primi anni di governo si preoccupò di elevare al quadrato il vangelo della moralità pubblica e di elevare al cubo il silenziamento dell’opposizione. Dopo di ciò fece promulgare una nuova legge costituzionale e Guanaca diventò la prima “monarchia repubblicana” al mondo, con Fé d’Ostiani proclamato presidente a vita, mentre il potere formale passò a dei micro-premier da lui elevati agli altari della politica. L’incoronazione avvenne in piazza Calvados davanti a centinaia di migliaia di cittadini festosi. Anche se la corona che venne imposta sul capo da un vecchio soldato tremante era un semplice cinto di alloro, l’intera cerimonia costò allo Stato un decimo delle entrate annuali, perché i cittadini ottennero un bonus di mille di dollari a testa in onore dell’intronamento.
Il governo dostianista fu caratterizzato dalla dilapidazione delle finanze pubbliche, ma questa non era una novità, visto che avveniva anche in altre parti del mondo.
Più preoccupante il sostegno garantito a Guanaca dalle principali potenze, grazie alla scoperta di giacimenti di uranio e gas.
postato da Paolo-di-Lautreamont, 19:19 commenti |
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Spronato da Calamity Jane alias Paola Liberace, apro anch'io una sezione del blog dedicata alla narrativa.
Ogni giorno inserirò una parte di un testo "in progress", il cui titolo è Guanaca. L'esperimento si chiama "blogtelling".
Ogni allusione a eventi o fatti avvenuti è verosimilmente inverosimile.
La trama
descrive una nazione immaginaria, la Guanaca, dove l'immaginazione prende il potere in maniera dilettantesca con un signor Nessuno.
In parallelo un imprenditore di mezza età abbandona le aziende per dedicarsi a migliorare il mondo. Decide di acquistare un'isola e di trasformarla in un laboratorio scientifico per migliorare le coltivazioni. Crea le "isole di energia" da piazzare al di fuori delle acque territoriali.
Le vicende di questi due "caosboys" sono descritte con un taglio satirico, con una narrazione breve, senza respiro da romanzo.
Ne escono fuori guerre e truffe "mediali", crociate alla ricerca di Dio, macchine per comunicare tramite la musica, telefoni telepatici, auto con motore a sodio metallico, guerre decise da false proiezioni di immagini sui campi di battaglia. Cronache della Grande Disillusione.
Ogni puntata sarà contrassegnata da un numero progressivo e dal tag Letteratura.
Segue il primo brano.

postato da Paolo-di-Lautreamont, 19:18 commenti |
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15/11/2009
Altri tamburi di guerra dopo quelli da me evidenziati per il Centro Studi Internazionali di Andrea Margelletti [LINK].
Scontri alla frontiera, dove regnano le truppe paramilitari e i traffici di cocaina. Qui sono stati scoperti importanti giacimenti di Coltan, probabilmente c'è petrolio, e forse dell'uranio, anche se il Venezuela afferma di averlo trovato a sud (verso Guyana e Brasile), ma ci è consentito di pensare che si tratti di uno sviamento, e visto che gli USA sono presenti in Colombia, cui tengono moltissimo...
El Nuevo Herald parla delle bande paramilitari che al momento gestiscono lo scontro al posto dei due eserciti...
"Da un lato un fronte senza nome composto da ex paramilitari che appartenevano ad Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), gruppo della destra colombiana. Dall'altro lato del confine operano le Fuerzas Bolivarianas de Liberación, una organizzazione guerrigliera marxista, conosciuta in Venezuela come Los Boliches e assai legata al governo Chávez...
Segue su La Pulce di Voltaire.
postato da Paolo-di-Lautreamont, 19:12 commenti |
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Il presidente della Commissione Diritti Umani, Pietro Marcenaro (Pd), a CNR. E racconta di studenti lanciati dalle finestre, dopo essere stati sorpresi nel sonno dalla polizia.
15 Novembre 2009 -- L'ambasciatore italiano in Iran, Alberto Bradanini davanti la Commissione Diritti Umani ha raccontato cosa succede nel paese. CNR ha raggiunto il presidente della Commissione, Pietro Marcenaro:
"L'ambasciata italiana a Teheran è diventata un importante punto di riferimento. Ha concesso molti più visti di quanto ha fatto qualsiasi altra struttura diplomatica europea, e anche di qui paesi che fanno della difesa dei diritti umani un punto d'orgoglio. Il riconoscimento del lavoro dei nostri diplomatici è diffuso tra i dissidenti iraniani che continuano a soffrire una pesantissima repressione."
"Calcoliamo che gli arresti nei confronti degli oppositori del regime siano stati almeno diecimila. E abbiamo notizie accertate di violenze, stupri, torture. Tanti nomi di studenti sorpresi nel sonno e lanciati dalle finestre...".
postato da Paolo-di-Lautreamont, 16:38 commenti |
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13/11/2009
Anche in Francia la notizia colpisce l'attenzione:
L'Italie est sortie de la récession
L'Italie est sortie de la récession au troisième trimestre, son produit intérieur brut (PIB) s'étant renforcé de 0,6% sur cette période par rapport au trimestre précédent, révèlent des premiers chiffres publiés vendredi par l'institut national des statistiques Istat.
postato da Paolo-di-Lautreamont, 11:19 commenti |
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12/11/2009
Articolo pubblicato nella pagina editoriali ed opinioni del Secolo XIX di oggi. Qui sotto si può leggere in Pdf, mentre sul blog gemello La Pulce di Voltaire troverete il testo inserito nel post. E' un testo al quale tengo molto... Andrea Mancia (vicedirettore Liberal e master di Tocqueville.it, Nota Politica e The Right nation) impossibilitato a pubblicare questa pagina, arrivatagli dopo due speciali da 12 pagine dedicati al Muro, ha comunque detto che si tratta di "un pezzo fantastico". Grazie ad Andrea per il suo complimento, e grazie alla redazione del Secolo XIX


postato da Paolo-di-Lautreamont, 17:35 commenti |
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Riporto questa analisi della Fondazione Camis de Fonseca:
Nel 2009 la Russia avrà un calo del PIL dell’8,5%. Il surplus degli anni scorsi, dovuto agli elevati prezzi dell’energia, è scomparso ed ha lasciato il posto ad un deficit dell’8% circa. Lo stato infatti è stato costretto a intervenire nell’economia per salvare banche e industrie fortemente indebitate con l’Occidente ed ha dilapidato buona parte delle riserve estere – che sono passate da 599 a 417 miliardi di dollari.
La crisi economica rischia inoltre di intaccare pesantemente la struttura politica del paese e di sgretolare l’intero sistema di potere.
Dopo la sua elezione nel 1999, Putin dapprima ha cercato di consolidare la presa sul sistema politico del paese e poi ha lavorato per mantenere in equilibrio due abili e potenti clan rivali al Cremlino, l’uno guidato da Vladislav Surkov, assistente personale di Putin nonché vicecapo dell’amministrazione del presidente Medvedev, l’altro guidato da Igor Sechin, attuale vice primo ministro (vedi mappa a lato).
Ritornando ad una gestione centralizzata dell’economia, Putin ha concesso agli elementi fedeli dei due clan di spartirsi il potere economico in maniera equa e di mettere le mani sulle risorse strategiche del paese, sbarazzandosi così degli elementi a lui ostili. Tuttavia molti responsabili di settori industriali di fondamentale importanza per la Russia non avevano sufficiente professionalità, perciò con il crollo dei prezzi dell’energia e l’interruzione del flusso degli investimenti esteri a seguito della crisi finanziaria globale del 2008 l’economia del paese è crollata pericolosamente.
Putin sa che occorre introdurre riforme per dare nuova linfa all’economia del paese. Il ministro delle finanze Alexei Kudrin ha presentato un piano per liberalizzare parzialmente l’economia, rimuovere i manager incompetenti e rimpiazzarli con professionisti capaci. Putin potrebbe anche approvare il piano di Kudrin, ma teme di compromettere il delicato sistema politico che ha costruito accuratamente negli ultimi dieci anni.
Siloviki vs. Civiliki
Quasi tutti i manager a rischio appartengono allo stesso clan – i Siloviki – guidati da Igor Sechin. Con la loro rimozione il clan di Surkov accrescerebbe notevolmente il suo potere al Cremlino, schiacciando la fazione avversa. Surkov, che già gode dell’appoggio dei reparti di intelligence militare (GRU), si è guadagnato anche la simpatia dei riformisti – i Civiliki, cui appartiene il presidente in carica Medvedev – e dello stesso Kudrin.
Non è la prima volta che Putin si trova a dover affrontare una situazione simile. Infatti già nel 2003, quando il suo partito (Russia Unita) ottenne la maggioranza alla Duma, fece di tutto per ridimensionare il potere degli avversari politici – principalmente i seguaci di Eltsin, gli oligarchi, alcuni elementi dei servizi segreti e i liberali di San Pietroburgo. Putin teme che Surkov cresca troppo e che in qualche modo tenti di scalzarlo dalla guida del paese: finora il rivale Igor Sechin, forte dell’appoggio dei servizi segreti (FSB, erede del KGB) è riuscito a tenere a bada l’avversario, ma se il piano di Kudrin andasse in porto la situazione cambierebbe totalmente.
In questi dieci anni Putin è riuscito a guadagnarsi la lealtà di entrambe le fazioni del Cremlino e a mantenerle in equilibrio fra loro, ed è consapevole che le mosse di Surkov potrebbero distruggere l’equilibrio su cui si basa l’attuale sistema politico russo.
Le opzioni di Putin
Putin si trova ora di fronte a tre scelte fondamentali:
· può ignorare il piano di Kudrin e lasciare le cose invariate. Questa soluzione garantirebbe maggiore equilibrio a lungo termine, ma l’economia già delicata del paese ne risentirebbe ulteriormente;
· oppure può optare per una privatizzazione parziale dell’economia per evitare sconvolgimenti nel sistema politico del paese – e nel caso in cui gli effetti delle riforma iniziassero a far tremare il Cremlino, potrebbe sempre decidere di fare marcia indietro incolpando Kudrin del fallimento;
· o in ultima analisi Putin, abile burattinaio, potrebbe implementare le riforme di Kudrin allontanandolo dai seguacidi Surkov in modo da creare una scissione fra i civiliki. Se così avvenisse, nascerebbe un nuovo ordine basato su tre clan – uno guidato da Kudrin o Medvedev, uno da Surkov e uno da Sechin.
Questo ultimo scenario assomiglia molto al sistema tripartitico introdotto da Vladimir Lenin, in cui tre clan si combattevano a vicenda per mantenere l’equilibrio politico. All’epoca di Lenin i tre attori erano il KGB, la GRU e lo Stato. Questo sistema funzionò nell’immediato, ma alla fine fallì perché i due servizi segreti infiltrarono lo stato.
Surkov sa che Putin ha preso in considerazione questa opzione, ma crede comunque di poter godere ancora della fiducia e della lealtà dei suoi seguaci.
Conclusioni
Putin deve innanzitutto capire come riformare l’economia mantenendo un certo equilibrio al Cremlino ed evitando che emerga una figura tanto forte da poter erodere il suo potere, ma allo stesso tempo non può permettersi di perdere di vista la politica estera. La Russia infatti sta continuando a riappropriarsi della sua periferia, a partire da Bielorussia, Ucraina, Caucaso e Asia centrale, e non vuole che i paesi dell’Europa centrorientale si avvicinino troppo all’Occidente e ospitino sul proprio suolo le truppe della NATO.
Inoltre il Cremlino ha stretto alleanze informali con Iran, Turchia e Germania per contrastare il potere globale degli Stati Uniti e impedire che Washington si immischi negli affari degli ex paesi satelliti.
Negli ultimi anni, con gli Stati Uniti impantanati in Afghanistan e in Iraq, Mosca ha potuto operare quasi del tutto indisturbata. Ma se scoppiasse una crisi politica al Cremlino difficilmente la leadership russa potrebbe dedicarsi a tempo pieno al conseguimento dei propri obiettivi regionali e quindi gli Stati Uniti potrebbero nuovamente bloccare le mire espansionistiche russe.
Finora Putin è sempre riuscito a mantenere il controllo della situazione con molta abilità. Non resta che vedere come si comporterà in questo frangente.
(Da Fondazione Camis de Fonseca)

postato da Paolo-di-Lautreamont, 12:16 commenti |
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Da tempo parlo del ruolo dell'Iran in Afganistan. Adesso i taliban hanno cominciato ad attirare forza di lavoro in Afganistan, pagando gli immigrati iraniani molto bene, e addestrandoli all'uso delle armi. Il traffico di oppio e armi -però- resta un must della frontiera.
HERAT - Islam Qala, a small border town that forms the gateway between Iran and Afghanistan, is a focus of concern for Afghan officials fighting the Taliban insurgency because some believe Iran is using it to infiltrate guerrillas intent on destabilizing the Kabul government.
"I was working in Iran for about eight months," said one man, a former refugee, who spoke on condition of anonymity. "But I got an offer from the Taliban in Gozara district [of Herat province] offering me a higher salary, so I accepted."
Once he had crossed the border into Afghanistan, he said Pakistanis and Iranians based in the hills of Pashtun Zarghon For four months, the man said he participated in armed attacks on behalf of the Taliban in the Gozara and Pashtun Zarghon districts, and received a monthly salary of 20,000-30,000 Pakistani rupees (US$240 to $360).
Segue su Asia Times on line.

postato da Paolo-di-Lautreamont, 11:40 commenti |
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Cosa c'è di meglio della musica? Risposta: la buona musica.
E X Factor è il migliore format televisivo di questi anni. No doubt. Il mio commento sulla serata del 10 novembre su La Pulce di Voltaire.
postato da Paolo-di-Lautreamont, 01:48 commenti |
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11/11/2009
La battaglia di Ban Ki-moon è persa: tutto il sudamrica si sta riarmando, la Russia rinnoverà il 100% delle sue armi, e Obama ha varato un piano economico per le spese militari superiore a quello di G.W. Bush ...
SAN JOSE: UN Secretary-General Ban Ki-moon has warned that global military spending now tops $1 trillion per year while funding for development remains woefully low by comparison; in a message urging leaders to harness the growing political will to reduce stockpiles of weapons and redirect expenditure towards peaceful goals.“The world is over-armed and peace is under-funded,” Mr. Ban told participants attending the Religions for Peace Global Yout...
postato da Paolo-di-Lautreamont, 14:05 commenti |
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