Riporto integralmente questo articolo di Elisa Borghi, dedicato all'incontro sulla politica Estera italiana, tenutosi nella sede della redazione romana de L'Opinione.
N.B. Sollecitato da Mario Seminerio di Epistemes aggiungo qui il link all'audio dell'incontro, su Radio radicale (in particolare per gli interventi di Andrea e Mauro Gilli, non sintetizzati nell'articolo qui di seguito): LINK
Realismo o idealismo? Illusioni o cinismo? Quali valori devono guidare la politica estera del nuovo governo? E quali principi ispirarne l’azione? L’interesse nazionale o la democrazia e la sua esportazione?
Carmelo Palma ha sollevato il problema ieri, al convegno promosso a Roma dai Riformatori Liberali e da Epistemes.org in collaborazione con L’opinione. All’incontro hanno partecipato Benedetto Della Vedova e Marco Taradash, presidente e portavoce dei Riformatori Liberali, il direttore de L’opinione Arturo Diaconale, il senatore radicale Marco Perduca (eletto nelle liste del Pd), ed i ricercatori di relazioni internazionali e scienze politiche Andrea e Mauro Gilli.
Concordi sul fatto che le grandi sfide globali, come l’emergere delle potenze asiatiche e l’affacciarsi di attori non statuali sul panorama mondiali, impongono una riflessione approfondita sul ruolo internazionale dell’Italia, i relatori hanno indicato di volta in volta la necessità di imprimere una svolta o di mantenere la continuità tra la linea politica del nuovo esecutivo e quella del governo Prodi. Netta la posizione di Carmelo Palma, che moderava, secondo cui Berlusconi non può che voltare pagina rispetto alla politica estera di un centrosinistra che “ha pagato una tangente ideale alla sinistra radicale. Una tangente di peso simbolico ma vincolante. Durante il governo precedente - ha detto - si è enfatizzata la contrapposizione tra multilateralismo ed unilateralismo e si è fatta la scelta di proteggere gli interessi del Paesi tenendolo fuori dal mirino dei terroristi e dagli scontri internazionali”. “Rispetto a questa linea - ha concluso Palma - è dunque necessaria una svolta”.
Diversa l’idea di Arturo Diaconale. Secondo cui “la politica estera italiana può cambiare solo nelle apparenze” caratterizzata com’è “storicamente e per una serie di contingenze legate dall’interesse nazionale, da una sostanziale continuità. Queste caratteristiche mi fanno escludere che Frattini possa passeggiare a braccetto con Hezbollah ma anche che il governo italiano possa assumere un atteggiamento di drastica chiusura nei confronti del Partito di Dio. Una sorta di ipocrisia obbligata - prosegue Diaconale - caratterizza la politica estera dell’Italia. Un Paese che mentre firmava i Trattati europei con la Francia, finanziava i combattenti per la libertà algerini che volevano cacciare i francesi”.
“Non basta un cambio di governo per modificare questi fattori. Siamo una potenza media che vive nell’ambiguità perché solo così può perseguire l’interesse nazionale, ad esempio non alienandosi i vicini paesi arabi”. “Non credo ci siano ancora elementi per capire quale sarà la politica internazionale del governo Berlusconi”, replica Della Vedova, augurandosi che l’azione del nuovo esecutivo sia in linea con l’operato del Berlusconi III. “Allora - dice - fu fatta una scelta netta e giusta, che pur avendo prodotto un confronto serrato dentro l’Unione Europea ci ha portato su un versante più Atlantico, schierandoci in prima linea nella lotta al terrore.
Insieme all’amministrazione Bush abbiamo affermato che la stella polare della politica internazionale deve essere la democrazia”.
Interventi di ampio respiro quelli di Taradash e Perduca. “La linea del governo Berlusconi riconferma l’alleanza stretta con gli Usa e parte dell’Unione Europea. Credo che le strategie cosiddette realiste - è la critica di Taradash - oggi non vedano la realtà di un mondo in cui l’indice della potenza si sta spostando su paesi non democratici come Cina e Russia, o pieni di problemi, come l’India”. Convinto che l’Onu possa recuperare un ruolo utile è Marco Perduca, secondo cui ogni Paese dovrebbe essere messo di fronte alle proprie responsabilità perché “solo passando dal piano della politica a quello del diritto internazionale si possono produrre risultati”, soprattutto sul versante dei diritti fondamentali.