LE GUERRE CIVILI
GEOPOLITICA - POLITICA INTERNAZIONALE - CULTURA, di PAOLO DELLA SALA
 
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05/11/2009

Elezioni negli Stati Uniti

Il mio commento pubblicato sul Secolo XIX di oggi.

L'economia rimane il primo fattore nelle scelte politiche dei cittadini statunitensi. E' difficile leggere la tornata elettorale di questi giorni come un "referendum" sulla presidenza di Obama. Conviene quindi partire dai dati economici, che segnalano una crescita del 3,5% nell'ultimo quadrimestre, con una ripresa significativa del mercato automobilistico. Ma, se le imprese danno segnali di ripresa, le famiglie sono ancora nella Pearl Harbour economica iniziata più di un anno fa: a ottobre si sono persi altri 203.000 posti di lavoro, dopo i 254.000 neo disoccupati di settembre, e ormai gli Usa sono a un passo dal 10% di disoccupazione.

Ciò spiega la persistente disaffezione, con soltanto un milione di elettori a New York, nonostante le folli spese pubblicitarie del sindaco rieletto Bloomberg. Il partito democratico inoltre non ha saputo gestire il rapporto con i cittadini, concentrandosi sulla riforma sanitaria, una battaglia che in America viene considerata ideologica e antieconomica. E' mancato il sostegno alla media e piccola impresa, abbandonate al loro destino. Al posto della "audacia della speranza" promessa, Obama ha dimostrato "timidezza nel governare", sostiene Huffington Post. 

Altre critiche arrivano per la gestione della Verdun afghana, che divide lo stesso staff presidenziale. Il 2 novembre sul filo-obamiano New York Times alcune parole sono suonate a morto: "Nove mesi dopo la nomina presidenziale, le relazioni transatlantiche sono ancora offuscate da dubbi. Europa e Stati Uniti sono in disaccordo sull'Afghanistan, il Medio oriente, l'Iran e la gestione del cambiamento climatico. Molti europei pensano che Obama non abbia spezzato con nettezza i legami con l'amministrazione Bush". L'impressione è confermata dalla firma del più faraonico piano di spesa militare della storia mondiale, con una spesa di 680 miliardi di dollari, più di quanto ha speso il "militarista" Bush. Ciò significa che i cittadini avranno meno liquidità, anche se questa immane cifra significa  commesse e posti di lavoro per le aziende del settore (tra le quali figura anche la nostra Finmeccanica).  Inoltre negli USA, a differenza dell'Europa, la spesa militare viene percepita come uno strumento per mantenere la pace. Ma ciò vale per l'elettorato repubblicano e conservatore, mentre i democratici pensavano a una conversione gandhiana della politica estera, il che non è possibile con i venti che tirano. Infine il dossier iraniano, legato al contenzioso geopolitico con la Russia, non trova sbocchi positivi. Al momento Obama sembra affidare all'opposizione iraniana il compito di rovesciare la dittatura, una missione che rischia di portare a inutili bagni di sangue.

 Le conseguenze nella politica interna dopo queste elezioni sollevano soprattutto la questione del ruolo dei conservatori. I repubblicani infatti hanno fatto scempio dei democratici in Virginia e persino nel New Jersey, dove un anno fa i dems avevano vinto. I risultati danno buone chances al Great Old Party per le elezioni di mid term, tra un anno. Il vento conservatore ha soffiato con nuova forza dopo la sconfitta alle presidenziali e la Fox news, attaccata dai "liberals" perché "conservatrice", ha tirato fuori dal cilindro un commentatore televisivo del calibro di Glenn Beck, il quale potenzialmente può spostare più voti di tutto il partito repubblicano, perché riesce in parte a rovesciare i pregiudizi dell'imprenditoria liberal e dello show business di Central Park west contro il conservatorismo. Fox news è diventata una turbo-tele-Santoro aggiornata al XXI secolo, e ha posto fine al recente predominio democratico nella gestione dell'opinione pubblica attraverso i media tradizionali.
E intanto i conservatori hanno ottenuto una vittoria strategica nel referendum sul "matrimonio" gay nel Maine, respinto dagli elettori.

 I repubblicani, nonostante la vittoria, rischiano di perdere. Grande è il caos, e non solo per le conferme dei sindaci dems a Charlotteville, a Boston e nella risorta Pittsburgh. Nelle suppletive del College 23 di New York i repubblicani avevano candidato Dede Scozzafava, laica, filoabortista, e fautrice della tolleranza per i gay. Poi è arrivato Doug Hoffman, un altro repubblicano, che si è candidato per il partito conservatore, col consenso crescente di Fox e di parte del partito. A quel punto la Scozzafava si è ritirata, ma il suo sostituto ha perso lo stesso. Possiamo trarne la conseguenza che il conservatorismo è perdente e che negli USA si vince al centro? No, se pensiamo al referendum nel Maine. Sì, se pensiamo alla Caporetto repubblicana al college 23.

Una futuribile spaccatura dei repubblicani in due tronconi potrebbe riverberarsi in altre nazioni, creando un modello nuovo. I repubblicani progressisti alla McCain si troverebbero al centro di un quadro politico non più spaccato in due e ammorbato da anatemi e dibattiti senza sintesi. Ciò potrebbe essere un vantaggio, ma potrebbe anche dare nuove chances a Obama, che mantiene un consenso personale superiore al 50%. Il rebus è tutto nelle mani dei repubblicani. 
Qui in PDF:ELEZIONI USA 5 nov SEC

postato da Paolo-di-Lautreamont, 11:43 commenti | | permalink

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